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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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Bollettino ECN 


6 giugno 1 994 



n 

Centro Sodale Leorua vallo 




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1 


NO ALLA VENDITA DELLO IACP 

Con la legge 560 del 24/12/93 il governo ha 
decretato la vendita del patrimonio 
immobiliare pubblico. 

La Giunta Regionale, il 16/3/94, ha approvato 
il piano di vendita degli alloggi di proprietà 
degli enti quali: I.A.C.P., Comune, Enti dello 
Stato: 

In Lombardia e' prevista la vendita di circa 
69.000 alloggi pari al 51,6% ; in particolare la 
giunta Formentini ha proposto per Milano la 
vendita del 75% del patrimonio immobiliare 
pubblico ( cioè il tetto massimo). 

Riteniamo che questo sia il più grosso attacco 
al diritto alla casa poiché gli alloggi popolari 
dovrebbero essere un diritto acquisito dai 
lavoratori (e non solo) dato che sono decine di 
migliaia di miliardi i fondi Gescal che in tutti 
questi anni sono stati prelevati dalle buste 
paga dei lavoratori. 

Quei soldi sono dei lavoratori che a tutt'oggi 
continuano a versare una quota mensile, 
mentre la giunta leghista si è permessa di 
rifiutare ben 300 miliardi destinati alla 
ristrutturazione dell'edilizia popolare già' 
esistente. 

In una città come Milano dove la condizione 
abitativa si fa ogni giorno più preoccupante, 
basti pensare al numero elevatissimo di sfratti 
esecutivi, agli affitti esorbitanti (600.000 per 
20 mq.), chi ci governa non può permettersi di 
mettere in vendita le case popolari. 

Per il blocco della vendita del patrimonio 
immobiliare pubblico; 

Per il riutilizzo dei fondi GESCAL; 

Per l'innalzamento del tetto dei 17 milioni 
per l’assegnazione degli alloggi popolari; 

Per la sanatoria delle occupazioni; 

Per il blocco degli sgomberi; 

Per il passaggio da casa a casa 


MANIFESTAZIONE CITTADINA 

SABATO 4 GIUGNO 1994 

concentramento alle ore 15.30 davanti alla 
casa occupata di via dei Transiti 

Collettivo Casa e Territorio 
C.S.A. Leoncavallo 


LA SETTIMANA 
PREOCCUPANTE 

Milano, una citta' da sempre soggetta ad una 
speculazione edilizia completamente asservita 
ai grossi gruppi immobiliari e di potere, 
garantiti da una legislazione che sottomette il 
diritto alla casa e l'utilizzo del territorio a 
logiche di mercato. Nel corso degli anni si e' 
assistito ad un progressivo allontanamento di 
vasti settori di proletariato dal centro verso le 
periferie, in fasce di territorio a basso reddito 
creando, di conseguenza, un processo 
irreversibile di sconvolgimento del territorio e 
del vivere sociale all'interno di questo ( 
terziarizzazione, decentramento produttivo, 
mobilta', ghettizzazione e militarizzazione del 
territorio ). La vettorialita' di questo processo 
e' chiaramente definibile in un continuo 
restringimento dei già' esigui spazi di tutela dei 
diritti e di soddisfacimento dei bisogni primari; 
basti pensare al piano di disfacimento del 
patrimonio immobiliare pubblico ( già' 
percentualmente il piu' bassoall'interno 
dell'europa capitalista ),o al cambiamento di 
destinazione d'uso dei 5.000.000 di mq. di 
territorio cosiddetto "dismesso" 

riprogrammato dalla attuale giunta leghista. 
Crediamo che in questo contesto sia 
importantissima ed inderogabile là ripresa di 
un percorso reale di lotta che ci porti a 
costruire una politica per la casa, -per un uso 
diverso del territorio, -per un utilizzo sociale 
degli spazi in funzione dei reali bisogni di chi 
ancora crede che tutto cio'sia un diritto 



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fondamentale per chiunque e non una merce 
assoggettabile alle leggi di mercato. 

PER IL BLOCCO TOTALE DEGLI 
SFRATTI 

PER UN CANONE D'AFFITTO 
PROPORZIONATO ALLE REALI 
CONDIZIONI DI VITA 
PER IL RIUTILIZZO DEI FONDI GESCAL 
E PER LA COSTRUZIONE DI NUOVE 
CASE POPOLARI 

PER IL BLOCCO DELLA VENDITA 
DELLO I.A.C.P E L'INNALZAMENTO 
DEL TETTO DI ACCESSO PER 
L'ASSEGNAZIONE 

PER UN UTILIZZO SOCIALE E 
COLLETTIVO DELLE AREE DISMESSE 
PER LA DIFESA E L’ACQUISIZIONE 
COLLETTIVA DEGLI SPAZI OCCUPATI 
PER IL RILANCIO DI NUOVE 
OCCUPAZIONI 

costruiamo la settimana di lotta PRE 
\OCCUPANTE 

SCADENZE: 

MERC. 25 .05 Iniziativa davanti alla Cariplo 
Via Verdi ore 9.00 

GIOV. 26.05 Presidio ufficio sfratti del 
Pirellone ore 9.00 

VEN. 27.05 Presidio sotto l'ufficio centrale 
A.T.M. P.zza Beccaria ore 15.30 ATM gratis 
per i disoccupati 

SAB 28.05 Apertura ambulatorio medico- 
popolare in Via dei Transiti 28, dalle ore 17.00 

DOM 29.05 Assemblea di quartiere presso il 
C.S.Leoncavallo, Via Salomone 71, ore 16.00. 
LUN 30.05 Presidio I A C P in V.le Romagna, 
ore 9.00 

MAR 31.05 Banchetti ai mercati 

GIOV 02.06 Presidio antisfratto via dei 

Transiti, dalle ore 6.00. 

VEN 03.06 Iniziativa in quartiere Casoretto- 
Padova assemblea pomeridiana con avvocati 
SAB 04.06 MANIFESTAZIONE 
CITTADINA con concentramento davanti 
alla Casa Occupata di Via dei Transiti, ore 
15.30. 

C.S.LEONCAVALLO, C.A.GARIBALDI, 
CASA OCCUPATA VIA DEI TRANSITI, 
AMBULATORIO POPOLARE, C.S. 


PERGOLA, C.S. SPAZZALI, 
COLLETTIVO INTERTERRITORIALE, 
COLLETTIVO LA GUARDIA, 
KORVETTO ROSSA, CASA OCCUPATA 
P.ZZA ASPROMONTE, PONTE DELLA 
GHISOLFA 


SUI FATTI DEL 4 GIUGNO 

Milano, 4 giugno 1 994 

Con il divieto opposto dalla Questura di 
Milano alla manifestazione programmata per 
questo pomeriggio - per il diritto alla casa e a 
spazi per uso collettivo e sociale - il nuovo 
governo e il ministero Maroni hanno chiarito 
quale politica intendono seguire nei confronti 
di coloro, singoli e movimenti, che si 
organizzano per ottenere quei diritti (casa, 
reddito, salute, istruzione e spazi) che oggi si 
vogliono invece privatizzati e negati. 

Oltre 400 cittadini milanesi, appartenenti ad un 
ampio tessuto di occupanti di case e militanti 
dei centri sociali, hanno assistito, con larga 
parte della citta' di Milano, al circo equestre 
predisposto da polizia e carabinieri che hanno 
per ore isolato un'ampia zona tra viale Monza 
e via Padova. 

E 1 questa la seconda manifestazione 
dell'opposizione sociale in quattro mesi che 
viene totalmente vietata e militarizzata, 
decretando di fatto un'impossibilità' di 
manifestare che non ha precedenti neppure nei 
periodi piu' gioiosi e conflittuali degli anni '70. 

Tutto questo mentre nella stessa giornata di 
oggi Gianfranco Fini occupava il centro di 
Milano consegnato alle squadracce fasciste. 

Mentre dalle colonne del Giornale di Feltri 
e dell'Indipendente muove la nuova campagna 
per lo sgombero del Centro Sociale 
Leoncavallo da via Salomone 71 e la macchina 
repressiva, sostanziata da oltre 500 denunce, 
comincia a macinare processi che hanno un 
carattere sempre piu' politico e persecutorio. 

A fronte di una giunta milanese che ha 
disatteso ogni programma e proposta da essa 


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stessa dichiarate, in termini di politiche sociali 
e giovanili. 

Contro questo quadro palesemente 
inaccettabile, che prevede tra l'altro, ulteriori 
attacchi all'opposizione reale, riteniamo 
necessario convocare per i giorni tra il 15 e il 
24 luglio il tradizionale meeting del Parco 
Lambro, nel quale i lavoratori autorganizzati, i 
centri sociali, radio e giornali di movimento 
ribadiranno che SENZA GIUSTIZIA NON CI 
SARA 1 PACE. 

Centro Sociale LEONCAVALLO 


"CARO" ASSESSORE TI SCRIVO 

AJ Dott. Santambrogio Luigi 
Assessore ai Trasporti Pubblici 
del Comune di Milano 
Piazza Beccaria - Milano 

OGGETTO: Proposta di gratuita' dei servizi 
pubblici per i disoccupati del Comune di 
Milano 

Il problema della disoccupazione a Milano 
come in altre citta' di Italia e di Europa e' un 
fenomeno strutturale. 

Per i tre milioni e piu' di disoccupati, iscritti 
agli Uffici di Collocamento non c'e' nessuna 
possibilità' di occupazione se a livello 
nazionale non si sviluppa una riduzione 
drastica dell'orario di lavoro. 

Le linee di tendenza del governo Berlusconi 
mirano sempre piu' alla condizioni lavorative 
quali la flessibilità' e la precarizzazione. 

La maggioranza dei paesi considerati 
civilizzati in Europa, ha già' attivato una 
politica di "prospettiva", erogando ormai da 
decenni un sussidio di disoccupazione mensile 

0 settimanale a seconda dei paesi, e questa 
politica emergenziale riguarda anche la 
problematica della casa e dei trasporti. 

In diverse citta' d'Italia alcuni comuni hanno 
già' messo in pratica specifiche fascie orarie 
gratuite agli studenti, o tessere di circolazione 
gratuita sui mezzi pubblici per i disoccupati, 
come e' stato fatto a Salerno. 

Milano ha piu' di 150.000 disoccupati, privi di 
ogni forma di sostentamento economico. 

1 disoccupati sono diventati di fatto la fascia 
piu' disagiata della popolazione costretta a 
vivere al limite della sopprawivenza. 

E' possibile oggi dare la gratuita' dell A.T.M. a 
tutti i disoccupati. 

Questa non e' utopia ma un passaggio di 
quello che noi chiamiamo REDDITO 
GARANTITO. 

Reddito Garantito per noi vuol dire anche la 
possibilità' di azzeramento dei ticket sanitari, 
l'abbassamento del costo del KW/h e 
dell'affitto a chi putroppo ha perso il lavoro e 
cosi' via. 

Ci rivolgiamo a lei Sig. Assessore in quanto 
potenziale responsabile delle tensioni sociali 
che il suo assessorato potrebbe fare esplodere 




a causa delle politiche che vengono attuate in 
questa citta', bisogna prevedere da subito un 
piano programmatico che preveda anche i 
disoccupati e cassaintegrati rappresentanti del 
CO L.D.A. a definire, con pari dignità' di chi 
governa le linee guida della politica dei 
trasporti pubblici; non si può' soltanto pensare 
al risanamento dell'azienda ma anche alle 
possibilità' di chi deve usufruire del, servizio da 
parte delle classi meno abbienti. 

Come disoccupati milanesi iscritti al 
CO.L.D.A. (Comitato Lavoratori e 
Disoccupati Autorganizzati) 
chiediamo che venga da subito garantita la 
possibilità' di usufruire gratuitamente dei 
mezzi di trasporto pubblico con il cartellino 
rosa di disoccupazione rilasciato dall'Ufficio di 
Collocamento del Comune di Milano che 
attesta legalmente la mancanza assoluta di 
lavoro e quindi di salario; di revocare con 
decreto comunale tutte le multe emesse con 
l'esibizione all'Ufficio centrale dell'A.T.M. del 
cartellino rosa di disoccupazione; per quanto 
riguarda la cassaintegrazione proponiamo che 
venga concessa gratuitamente la possibilità' di 
viaggiare sui mezzi pubblici con la busta paga 
che attesta il reale stato di cassaintegrato. 

Per rendere tutto piu' agile si potrebbe 
costituire a Milano uno speciale tesserino, 
rilasciato dall'A.T.M: con 12 riguadi che viene 
mensilmente obliterato con l'esibizione o in 
seguito all'esibizione del cartellino rosa per i 
disoccupati o con la busta paga per i 
cassaintegrati. 

Sig. Assessore sappiamo benissimo e ci 
rendiamo conto che le nostre proposte ai suoi 
occhi sono utopiche ma sappiamo benissimo 
che 150.000 disoccupati e' una cifra ancora 
piu' pericolosa, per questo oggi ci facciamo 
forti di queste proposte e pronti a sostenerle 
nelle lotte. 

Distinti saluti 

CO.L.D.A. (Comitato Lavoratori Disoccupati 
Autorganizzati) 

COBAS Coordinamento Nazionale 



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APPELLO NAZIONALE PER LA 
MOBILITAZIONE CONTRO IL 
VERTICE DEI “SETTE GRANDI” 

A NAPOLI, IN LUGLIO. 

Elementi di dibattito e iniziativa emersi 

dall 'assemblea nazionale tenuta a Napoli presso 

Officina 99, il 14-15 maggio. 

Il vertice dei Gl a Napoli rappresenta una 
occasione importante per verificare, in Italia, 
lo spessore e l'ntelligenza di una opposizione 
sociale credibile. Attorno alla scadenza di 
luglio i padroni del mondo, le polarità' statuali 
e finanziarie del dominio imperialista, vanno a 
costruire un nuovo passaggio di 
legittimazione. E' chiaro che non sono i 
Vertici-spettacolo come quello di Napoli, a 
definire i luoghi del comando, i termini di 
mediazione delle fratture e contraddizioni 
interne ai poteri capitalistici. Ma sono 
comunque esibizioni di potenza, 
dispiegamento e affermazione delle ragioni del 
comando, del sopruso, dello sfruttamento, 
dell'ineluttabilità' dello stato di cose presenti. 
Sapra' la sinistra di classe in Italia cogliere 
questa occasione e rovesciare sul proprio 
terreno - quello dell'impegno internazionalista, 
antimperialista, egualitario - i significati che si 
addensano attorno alla venuta a Napoli dei 
Sette Grandi? 

Sapra' la sinistra di classe italiana sviluppare 
un suo discorso sugli assetti intemazionali, 
sull'economia mondo, sulla crisi e sulla guerra 
- e sull'impianto di lotta che sottende 
all'impegno contro il nuovo disordine 
mondiale e le infinite quotidiane tragedie che 
esso riproduce' 7 

Noi, come realta' politiche e sociali italiane, 
come arco sociale delle forze 
delfautorganizzazione, dell'autogestione, 
dell'antagonismo, dalle fabbriche ai territori, 
dalle scuole alle università', pensiamo che 
questa scommessa sia possibile e neccessari 
giocarsela fino in fondo: vogliamo che l'arrivo 
in Luglio dei Gl diventi l'occasione affinché' la 
sinistra italiana - e la sua capacita' di stimolo in 
tutta Europa - riprenda la parola, con la lotta e 
con il dibattito, in nome e per conto dei milioni 
di uomini che quotidianamente sono stritolati 
dentro i meccanismi del mercato mondiale e 


delle leggi criminali dell'economia e del 
comando capitalistico. 

La spirale di crisi e guerra in cui oggi il 
sistema capitalistico ha gettato l'intera 
umanità', sembra non conoscere tregue: con i 
tassi d'interesse e con la politica dei prestiti, 
con le guerre monetarie e quelle commerciali, 
con le ragioni di scambio e col comando 
militare diretto, col controllo delle tecnologie 
e quello dei flussi di forza-lavoro, una esigua 
minoranza sociale, su scala mondiale, struttura 
e accumula la ricchezza prodotta in forma e in 
proporzioni scandalosamente inique. 

Le politiche di guerra, i neo-protettorati, le 
aggressioni militari, e inoltre i sub-imperialismi 
locali, i protonazionalismi, i risorgenti fascismi 
grandi e piccoli e finanche le forme di scontro 
etnico-religioso sono tutte variabili dipendenti 
del medesimo quadro base: il sistema del 
profitto e le sue insanabili contraddizioni. 
Organizzare la vita di paesi, di popoli, di aree 
continentali - e, in forme sempre piu' 
totalizzanti, dei tempi e della vita stessa 
dell'uomo - in funzione del profitto, sta 
conducendo il mondo in un caos di barbarie, 
distruzioni, spoliazioni sempre piu' feroci. 

A luglio i Sette Grandi verranno a parlare di 
"lavoro": per ripetere quanto sappiamo, e cioè' 
che la disoccupazione ha un carattere 
strutturale, irreversibile, e che, dal punto di 
vista padronale, la sua terribile attualità 1 si 
rovescia in un mix infernale di 
supersfruttamento precarietà' e 

sottooccupazione. 

Ma quale può' essere il punto di vista operaio 
su questo? La disoccupazione e' la misura 
della crisi e soprattutto dello scenario di 
transizione epocale che stiamo vivendo: oggi, 
per la prima volta, c'e' la possibilità' che la 
drastica riduzione del lavoro necessario, si 
traduca in potenzialità' di progressiva 
liberazione del tempo di vita dai tempi del 
capitale, nell'inveramento sociale di quello 
slogan tanto volte urlato con rabbia e 
convinzione: lavorare meno lavorare tutti. 
Clinton e compari invocheranno, come a 
Seattle, la flessibilità' come lubrificante per 
l'accesso al mercato del lavoro: noi dovremo 
saper contrapporre a questa logica, la 
necessita'/possibilita' della drastica riduzione 
della giornata lavorativa sociale, la rigidità' 
normativa e salariale della f-1, nazionale e 
internazionale, il diritto ad un reddito 



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sganciato dalla prestazione lavorativa. Per 
pensare e praticare da subito l'idea-forza del 
superamento di una società 1 ancora 
anacronisticamente centrata sulla barbara 
dittatura del rapporto di sfruttamento 
salariato. 

In vista delle giornate di luglio, nostro scopo 
sara' essenzialmente quello di stimolare la 
partecipazione, di diffondere la necessita' della 
mobilitazione e di adoperarci, nella misura 
delle nostre poche risorse, per organizzare 
sulla piazza napoletana, le migliori condizioni 
di mobilitazione. 

Non vogliamo porre ipoteche sulla pluralità' 
politiche e sociali, sulla ricchezza, la densità' e 
la diversità' di argomenti, ragioni, soggetti, che 
potranno esprimersi dentro le mobilitazioni. Ci 
interessa solo che la lotta contro il vertice Gl 
non riproduca l'illusione che il mondo e' tanto 
ingiusto perche' un pugno di capi di Stato 
cattivi vuole cosi 1 : e' sul carattere necessario, 
dentro la logica del profitto, di queste 
brutture, che vogliamo rilanciare la 
discussione e la lotta che l'impegno 
internazionalista non sia mera recriminazione o 
peggio solidarismo a buon mercato. 
Internazionalismo e 1 schierarsi dalla stessa 
parte della barricata, qui, ora, subito, contro 
una divisione internazionale del lavoro, delle 
risorse e dei poteri, di cui il nostro paese e' 
uno dei baricentri e snodo fondamentale. 
Insomma:dalle giornate di Luglio contro il Gl 
vogliamo che nasca una nuova 
consapevolezza, una nuova logica di percorso, 
di continuità', nella lotta contro l'oppressione, 
lo sfruttamento, per un nuovo 
internazionalismo che, dalle Metropoli alle 
immense periferie del mondo, consenta a tutti 
gli sfruttati di riconoscere amici e nemici, di 
rilanciare percorsi di liberazione. La nostra 
risposta alla venuta dei Sette Grandi vuole 
essere una grande mobilitazione, popolare, 
democratica e di massa, segnata da un 
carattere irriducibilmente anticapitalista. Una 
mobilitazione che dovrebbe sostanziarsi in 
alcune proposte di iniziativa da tenersi tutte a 
Napoli nei giorni del Vertice Gl (e sulla cui 
articolazione tecnico-logistica faremo seguire 
altre comunicazioni piu' precise), emerse 
anche dall'assemblea nazionale tenuta a 
Officina 99 domenica 14 maggio: 


1) una grande manifestazione intemazionale, 
contro il Nuovo Dis-Ordine Mondiale e i 
poteri che su esso si riproducono 

2) un campeggio di lotta che ospiti la voce 
delle soggettività', dei movimenti, delle aree 
deH'antimperialismo italiano e internazionale, 
da cui partano mille iniziative di dibattito e di 
lotta contro il Vertice e contro la presenza 
militare Nato a Napoli 

3) un Contro-Vertice/Meeting che sia lo 
spazio ideale di rappresentazione ed 
espressione di tutti i movimenti, le forze, le 
organizzazioni di tutti i continenti, che lottano 
quotidianamente contro l'oppressione e lo 
sfruttamento di cui il Gl e' simbolo 

4) una grande assemblea di respiro europeo 
del sindacalismo di base e alternativo, 
dell'autorganizzazione, dell'opposizione di 
classe, incentrata sulla riduzione drastica 
dell'orario di lavoro - sulla risposta 
intemazionale, di parte operaia e proletaria, 
alla disoccupazione e alla precarizzazione 
crescente. Pensiamo si possa e si debba da 
subito costruire e articolare in tutta Italia, con 
proiezione europea, una rete di comitati, citta' 
per citta', territorio per territorio - di cui le 
realta' autorganizzate di Napoli potrebbero 
garantire funzione di coordinamento - che si 
assuma le responsabilità' politiche e 
organizzative della mobilitazione di luglio, del 
suo riempimento di contenuti e progetti che 
garantiscano non solo la òtenutao delle 
iniziative contro il G7, ma anche la 
sedimentazione e lo sviluppo piu' generale di 
un nuovo ciclo di internazionalismo proletario. 
Diffondiamo questo appello, redatto e 
promosso da un'area di organismi politici e 
sociali della Campania, affinché' la sua 
circolazione possa favorire un'ampia base di 
adesione da parte di TUTTE le forze 
dell'autorganizzazione, dell'autogestione, del 
sindacalismo di base, dell'associazionismo, di 
radio e testate di movimento, delle 
organizzazioni degli immigrati, dei movimenti 
studenteschi, e di tutte le realta' politiche di 
matrice operaia, comunista, antagonista . 

© 

PROMUOVONO QUESTO APPELLO: 

C. S. Officina 99 (Na), C.S. Lavori in corso 
(Acerra), C.S. Interzona (Av), C.S. Asilo 
Politico (Sa), Movimento disoccupati 
Organizzati Acerra, Movimento Lavoratori 




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per l'Aut organizzazione (coord. COBAS 
Napoli), Radioattiva emittente comunista. 

ADERISCONO: 

SLAI cobas; Movimento Disoccupati 
organizzati (Sa); coll. Rive Guache (Bn); 
Coll. Scienze Politiche Napoli; Coll, Rebelde 
Rione Traiano NaDoli. 


ATTENZIONE: man mano che questo appello 
circolerà' in Italia, aggiungeremo le adesioni 
delle forze che lo condividono. Per 
comunicare l'adesione o chiedere informazioni, 
telefonare presso il CENTRO 
COMUNICAZIONE ANTAGONISTA 
NAPOLI - tei. 081/263117 




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GLI SPAZI DELLA 
COMUNICAZIONE SONO SPAZI 
SOCIALI. LIBERIAMOLI ! 


Comunicato distribuito alla conferenza tenuta 
lunedi' 31 maggio alla Casa delle Culture di 
Roma. 

Il blitz dell' 11 maggio avviato dalla Procura 
della Repubblica di Pesaro, al di la' delle 
motivazioni specifiche addotte a 
giustificazione dell'operazione 

(l'individuazione di un negozietto in cui due 
"pirati" rivendevano duplicazioni di software 
coperto da copyright e il tentativo di risalire, 
tramite l'indirizzario contenuto nel programma 
d comunicazione installato nel loro PC, a una 
fantomatica rete di collegamento tra hackers ), 
segna sicuramente l'inizio di una nuova era nel 
campo della comunicazione telematica nel 
nostro paese; un'era segnata dagli stessi 
connotati dispotici e liberticidi che 
caratterizzano la seconda repubblica targata 
Fininvest. 

Non tragga in inganno il fatto che l'inchiesta 
sia stata gestita finora in maniera 
apparentemente caotica, che abbia interessato 
in massima parte i networks piu' legalitari e 
che sia stata costellata dai numerosi episodi di 
irresistibile inettitudine in cui si sono prodotti 
gli ineffabili finanzieri ( sequestri di cavetti 
telefonici e tappetini per mouse- nonché' di PC 
senza hardisk- sigilli apposti alle camere con la 
cervellotica motivazione della presenza al loro 
interno di computers, cioè' di strumenti atti 
alla duplicazione illegale! ). Al di la', infatti, 
dei lati caricaturali di questo blitz, si intravede 
chiaramente la strategia di fondo da cui esso 
muove : la colonizzazione, la normalizzazione 
in senso repressivo e la privatizzazione del 
cyberspazio e quindi la cancellazione di tutte 
quelle esperienze comunicative amatoriali o 
autogestite, come le comunità' virtuali agenti 
in rete, che finora lo hanno popolato. 

Le multinazionali hanno grandi progetti da 
allestire in questo settore - autostrade 
dell'informazione. Tv interattiva, 

videotelefonia, servizi commerciali via cavo 
etc - e mirano ad avere un controllo pieno e 
incondizionato su tutto quanto transita al di 
fuori dei loro canali ufficiali. E non c'e' dubbio 


che le caratteristiche di orizzontalità 1 , di 
produzione e gestione DAL BASSO delle 
informazioni, di liberta' d'espressione e di 
circolazione delle idee che attraverso BBS e 
reti telematiche si realizzano, definiscono una 
sfera pubblica autogestita che non può 1 non 
collidere con le politiche di controllo in via di 
attuazione. 

Sotto questo profilo, la tutela del copyright e' 
poco piu' di una motivazione pretestuosa. 

La comunicazione moderna si riproduce 
incessantemente attraverso la duplicazione ( di 
materiali cartacei, sonori, audiovisivi, 
informatici ) - peraltro vivamente incoraggiata 
dalla promozione selvaggia di apparecchiature 
e supporti atti alla riproduzione ( registratori e 
videoregistratori, cassette vergini audio e 
video, floppy disk e cd ) - e una legislazione 
che ne impedisse l'utilizzo di massa cozzerebbe 
con enormi interessi economici. In realta', 
attraverso la tutela del copyright si vuole 
costruire un regime monopolistico che 
attribuisca rigidamente solo ad alcuni soggetti 
la facolta' di riprodurre e definisca 
arbitrariamente ciò' che e' piu' o meno 
opportuno che circoli. Nel campo specifico 
dell'informatica ciò' si traduce nel tentativo di 
arginare la riappropriazione dal basso delle 
competenze tecnologiche, di preservare la 
segretezza dei dati e delle strategie di 
controllo sociale, di impedire lo sviluppo di un 
uso solidaristico e comunitarie delle 
tecnologie. 

Le future campagne repressive che con ogni 
probabilità' saranno allestite da oggi in poi 
contro i computers crimes avranno proprio 
questo carattere di deterrenza terroristica e di 
ciò' occorre tener conto nel rivendicare il 
sacrosanto diritto al NO COPYRIGHT. Non 
e' ipotizzabile, in altri termini, una domanda 
abrogativa dell'attuale legislazione al di fuori 
della costruzione di un movimento che ponga 
con forza il diritto inalienabile alla liberta' di 
espressione e di comunicazione in questo 
paese, che sappia parlare la pluralità' di 
linguaggi, tecnici e sociali, che si esprimono 
quotidianamente nella società 1 civile. Non 
abbiamo bisogno di associazioni, di strutture 
verticistiche, di autoregolamentazioni che 
interiorizzino la necessita' di un territorio di 
confine tra legalità' e illegalita'. Abbiamo 
bisogno di un movimento e di una struttura 
organizzativa, la RETE, in grado di assicurare 



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una gestione DAL BASSO delle lotte che 
andranno costruite, che sappia garantire la 
piena rappresentatività' delle differenze 
soggettive, che sappia muoversi in maniera 
agile e spregiudicata nella società' fino ad 
assumere le caratteristiche di un vasto 
movimento d'opinione per l'autogestione e i 
diritti civili. 

LA COMUNICAZIONE VUOLE ESSERE 
LIBERA 

COSTRUIAMO UNA UBERA CONSULTA 
DEL CYBERSPAZIO 

European Counter Network 

BBS di Roma n. modem 06/4467100 


Proposta convegno su : Autogestione 

Auf organizzazione 25-26 Giugno. 

TRACCIA DI DISCUSSIONE PER 
LA PREPARAZIONE DI DNA 
ASSEMBLEA NAZIONALE 
DELLE FORZE 
ANTICAPITALISTE. 


LA VITTORL4 DELLE DESTRE. 

La sconfitta dei progressisti alle elezioni di 
marzo e il governo delle destre che, per la 
prima volta dal '45, vede la partecipazione dei 
fascisti, segna una svolta storica nel nostro 
paese. 

I motivi di questa sconfitta sono vari: le scelte 
politiche del PDS, a partire da! sostegno 
all'infausto sistema maggioritario fino alla 
campagna elettorale nel nome della continuità' 
con il governo Ciampi, che agli occhi dei 
settori popolari ha significato una promessa di 
nuovi sacrifici: l'articolazione della 

rappresentanza sociale del polo delle destre, 
che ha tenuto insieme liberismo e statalismo, 
nazionalismo e federalismo; il ruolo 
coagulante e amplificatore delle televisioni e 
dei giornali di Berlusconi, nonché' la sua figura 
"vincente", edificatasi a partire dagli anni '80; 
la capacità di manipolare il desiderio di 
cambiamento e le promesse fatte ( aumento 
dell'occupazione e riduzione delle tasse) da 
parte di Forza Italia, che, mentre riciclava la 1° 
Repubblica, scaricava sui progressisti le 
responsabilità delle malefatte di essa. 

Ma se guardiamo al perchè milioni di 
lavoratori e di giovani hanno votato per le 
destre, un elemento è stato particolarmente 
trainante: la convinzione che lo Stato, e in 
generale il "pubblico", sia un intralcio al 
"libero" sviluppo della ricchezza colletiva: e 
che, lasciando totale sfogo all'iniziativa 
privata, il sistema ripartirà alla grande e ci sarà 
occupazione e reddito per tutti. 

.Al Nord questa idea si è combinata con la 
volontà di scaricare il "fardello" del Sud, con 
la diffusa convinzione interclassista secondo al 
quale il pieno dispiegarsi dell'egoismo sociale 
(ogni pezzo della società se la deve cavare da 




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solo mollarteli i settori più deboli) consentirà 
un miglioramento per tutta la "Padania”. 

Ma se questo è l'elemento-base del "vento di 
destra", esso esiste in Italia fin dai primi anni 
'80, identificandosi col craxismo; ed è da anni, 
accettato anche nel fronte progressista. Il Pci- 
Pds ha sposato da tempo la strategia della 
privatizzazione, deol taglio netto allo Stato 
(salario) sociale. Il Pci-Pds è da tempo 
convinto di poter governare solo facendo 
proprie tutte le richieste del capitalismo e 
coartando ad esso i salariati. Per fare questo, 
non ha esitato a rompere il vasto schieramento 
popolare che, per tanti anni, si è opposto al 
capitalismo ed ha rinnegato progressivamente 
la propria storia, le proprie idee e battaglie, 
dismettendo un partito radicato fra le masse 
popolari ed una ricca cultura diffusa, a favore 
di un partito "leggero", di opinione, e della 
rincorsa a tutte le mode mass-mediatiche. 

A Berlusconi che prometteva un milione di 
posti di lavoro, il Pds ha replicato che era un 
sogno, che i settori popolari dovevanpo 
attendersi ancora tagli ai servizi sociali, 
contratti e salari bloccati, accordi come quelli 
di luglio e di nuovo governi Ciampi. Invece di 
replicare che non uno, ma due o tre milioni di 
posti di lavoro erano necessari e li avrebbe 
creato il nuovo governo progressista, 
riducendo drasticamente l'orario di lavoro e 
introducendo nuovi lavori socialmente 
necessari, la maggioranza dei progressisti non 
ha avuto neanche il coraggio di difendere lo 
Stato Sociale ed opporsi all'esaltazione del 
"privato" e allo smantellamento del "pubblico" 
e si è collocata, socialmente, a destra non solo 
delle classiche socialdemocrazie europee, ma 
persino del programma politico clintoniano: ed 
in perfetta linea con gli accordi di luglio. 

Avrà così forse conquistato - come ha detto 
Occhetto- la maggioranza della borghesia 
colta (?), ma ha certamente perso milioni di 
voti popolari e giovanili. Se ci si deve 
rimettere alla "clemenza" del capitale, hanno 
pensato in molti, tanto vale affidarsi 
direttamente all' "originale", a un capitalista di 
successo e non alloe imitazioni: e così si è 
spostato quel 5-6 % una vittoria probabile a 
dicembre, in una clamorosa sconfitta. E ciò, 
nonostante i parziali sforzi di Rifondazione 
Comunista la quale, malgrado la campagna sui 
Bot, non ha saputo o potuto l'impostazione da 


"sinistra da Capitale" che, nel complesso, il 
fronte progressista si è dato. 

Dunque, le motivazioni profonde di questo 
vistoso arretramento politico e culturale 
stanno soprattuto nelle scomparsa di una 
effettiva rappresentanza dei settori popolari. 
Dalla fine degli anni 70 in poi si è sempre più 
accentuato, prima nel Pei poi nel Pds, 
l'abbandono della difesa degli interessi concreti 
dei settori di classe in nome di un "interesse 
generale" sempre più lontano dai problemi 
quotidiani di decine di milioni di lavoratori, 
donne, giovani, pensionati. 

Tale linea ha disgregato il blocco sociale che 
faceva riferimento alla sinistra. 


PER UNA SINISTRA SALDAMENTE 
COLLEGATA ALLA SOCIETÀ’ 

La rivoluzione informatica e le gigantesche 
trasformazioni produttive conseguenti hanno 
aumentato a dismisura il divario tra i paesi 
capitalisti sviluppati e tutti gli altri. Un gruppo 
di una trentina di stati ha concentrato al 
proprio interno la stragrande maggioranza 
delle ricchezze mondiali ( lasciando i tre quarti 
dell'umanità in condizioni di estrema e 
intollerante miseria) e la quasi totalità del 
sapere produttivo. Ma tale divaricazione si sta 
riproducendo anche aH'intemo dei paesi ricchi, 
togliendo alla maggioranza dei lavoratori 
quelle garanzie di stabilità salariale e 
occupazionale che, fino alla fine degli anni '80, 
erano più o meno esistite nei principali paesi 
europei. 

Le enormi difficoltà di allargare il mercato 
mondiale, l'entrata in campo del rampante 
capitalismo asiatico, capace di combinare l'uso 
di tecnologie medio-alte con un basso costo 
del lavoro, il crescente processo di saturazione 
dei mercati ricchi, hanno avviato in Europa e 
in Italia una spasmodica corsa all'innovazione 
tecnologica e allì'abbassamento continuo del 
costo del lavoro. La prima sta riducendo -a 
velocità vertiginosa - la quantità di lavoro 
umano necessaria per unità di prodotto: il 
secondo porta al trasferimento dei processi 
lavorativi laddove il salario orario è a livelli 
infimi; cosicché il capitale europeo ed italiano 
si sposta da un paese all'altro, alla ricerca della 
massima resa del profitto, combinando le 




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proprie tecnologie con il lavoro di eserciti di 
salariati a livelli pressoché schiavistici. 

Queste due strategie ridurranno sempre più il 
numero di occupati in assoluto e ancor più a 
tempo pieno e a salario completo, in Europa e 
in Italia: i 30 milioni di disoccupati 

europeiprevisti per fine secolo ed un numero 
ancor maggiore di lavoratori salariati 
dimezzati. Si prospetta un futuro in cui il 
precariati diverrà il destino di quasi tutti i 
lavoratori: ove per precariato non va inteso 
solo chi lavora oggi e domani no, ma anche la 
mobilità selvaggia, la totale disponibilità al 
passaggio da un mestiere all'altro e a lunghi 
periodi di inattività. 

Se aggiungiamo un terzo elemento strategico, 
che in Italia dispiega proprio ora le sue 
batterie, e cioè la vistosa riduzione dello stato 
sociale, o meglio del salario sociale, per 
finanziare il rilancio produttivo, appare 
evidente che le favole berlusconiane si 
riveleranno presto dotate di un tremendo finale 
per i salariati e per i settori più disagiati della 
società. I posti di lavoro di cui le destre hanno 
straparlato saranno, forse, quei lavoratori "da 
cinque dollari all'ora" e per qualche mese 
l'anno che costituiscono già da un po il grosso 
dell'offerta di impiego negli USA. 

Anche se ci sarà una "ripresina" economica, 
questa non invertirà nè la tendenza alla 
disoccupazione, comunque mascherata, nè la 
riduzione del salario globale della maggiranza 
dei lavoratori: ed il numero e la qualità delle 
garanzie per essi calerà drammaticamente. 

Di fronte ad un tale panorama, la sinistra 
italiana deve convincersi che può difendersi e 
vincere solo scrollandosi di dosso l'egemonia 
che il filo-capitalismo del Pds vorrebbe 
continuare ad esercitare su di essa. 

Non ci saranno mediazioni sociali sostenibili: o 
si riduce drasticamente l'orario, o si riduce 
significativamente l'occupazione, o si toglie al 
Capitale per dare al Lavoro o avviene il 
contrario. Ci sembra che si imponga, quindi, la 
messa in campo di una sinistra che recuperi 
pienamente la rappresentanza dei settori di 
classe e che qualifichi contro lo sviluppo 
catastrofico che si prospetta. 

Ci auguriamo che questa necessità venga 
capita appieno dai settori 

dell'autoorganizzazione e del sindacalismo di 
base, dell'autogestione e della sinistra sociale, 
delfanticapitalismo organizzato politicamente, 


sindacalmente e socialmente, che devono 
superare le proprie insufficenze, "pensare in 
grande" e mettere pienamente a frutto il valore 
di una stagione oramai quasi trentennale di 
lotte e di elaborazione. E che venga recepita 
positivamente anche da forze quali 
Rifondazione Comunista che, di fronte al 
divaricarsi dello scenario politico e sociale, 
dovrà necessariamente scegliere se inseguire il 
Pds nella sua corsa al centro o immergersi 
appieno nel conflitto sociale e politico insieme 
a tutta la sinistra anticapitalista: opzioni queste 
che saranno d'ora in poi sempre più 
inconciliabili e divaricanti. 

Non pensiamo minimamente alla costituzione 
di un'unica struttura che riterremmo sia 
impraticabile, sia dannosa: ma ad un'ampia 
alleanza, ad un fronte comune che consenta ad 
ogni forza di mantenere la propria identità 
organizzativa e le proprie caratteristiche, ma 
che, nel contempo, permetta l'elaborazione di 
piattaforme e di programmi comuni e la messa 
in campo del più ampio arco di forze per 
realizzarle e vincere. 

Nè riteniamo che un'alleanza, per quanto 
ampia, delle suddette aree sia sufficiente da 
sola ad invertire la tendenza imperante. Essa 
deve costituire la "massa critica" necessaria 
per dare credibilità e visibilità ad ogni 
progetto: ma avrà davvero valore trasformante 
solo se attiverà un processo di ricollegamento 
con gli interessi concreti di milioni di persone, 
individuando con precisione i settori sociali ai 
quali dare una risposta in termini di 
rappresentanza politica. 

Le battaglie importanti dovranno riguardare 
operai e lavoratori in genere, giovani, donne, 
pensionati, periferie metropolitane, servizi 
sociali ( scuola, sanità, trasporti ecc..): si deve 
risaldare una linea politica con i diritti sociali 
negati, ai quali vanno finalmente subordinate 
le scelte istituzionali e le tattiche elettorali. 

Ma per entrare nel merito di come si 
ricostruisce questa unità politica, economica, 
sociale e culturale, riteniamo utile segnalare 
alcune proposte di massima, da discutere con 
duttilità, che incidano sulle contraddizioni di 
fondo dello sviluppo capitalistico e che siano 
in grado di coinvolgere vastissimi settori della 
società. 




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SI DELINEA UNA PIATTAFORMA 
ALTERNATIVA ALL’ESISTENTE. 

Il contributo che qui offriamo è soprattutto il 
ricavato di una serie di elementi di piattaforma 
sociale, politica ed economica, alternativa 
all'esistente, cosi come sta emergendo nel vivo 
del riacceso conflitto sociale dell'ultimo 
biennio. 

1) Il cardine del programma può forse essere 
espresso dallo slogan "lavorare tutti per 
lavorare sempre meno". Dentro di esso c’è 
l'indicazione di un obiettivo di fase: una 
drastica riduzione di orario intorno alle 30 ore 
settimanali ( con desincronizzazione, cioè la 
possibilità di distribuirle elasticamente durante 
la giornata, il mese, l'anno) a parità di slario e 
di ritmi lavorativi, che si opponga alla 
disoccupazione di massa. Ma c'è anche la 
prospettiva di in modello sociale alternativo 
che dia concretezza e carattere di massa alla 
critica del sistema produttivo dominante, della 
sistematica distruzione di risorse umane, 
sociali e naturali che la centralità del profitto 
determina. E' un progetto di fase che confligge 
con il capitalismo della disoccupazione di 
massa. Se ne rifiuta la logica di fondo, si 
attacca la cultura "lavoristica", la 
subordinazione alle merci, l'alienazione politica 
e sindacale: lavorare non più di 5-6 ore al 
giorno è, tra l'altro, la condizione minima per 
poter far politica e attività sociale in prima 
persona, senza deleghe. 

Una società improntata al "lavorare tutti per 
lavorare meno" è senz'altro meno alienante 
dell'attuale e piu aperta verso quella 
democrazia diretta e integrale, verso quella 
piena socializzazione e "pubblicazione" che 
auspichiamo come prossimo orizzonte umano. 
Naturalmente, quando si parla di lavoro da 
ridurre drasticamente ci si riferisce al alvoro 
salariato, inteso come fatica, necessità 
ricattatoria per sopravvivere; e all'attività 
socialmente utile, libera., creativa: allo 
sviluppo della propria attività nella sfera 
pubblica, per finalità sociali e collettive. 

Si tratta, insomma, di imporre una 
redistribuzione tra tutti del lavoro necessario, 
ridotto la minimo grazie alla piena realizzaione 
della forza del lavoro sociale, utilizzando il 
tempo liberato per sviluppare sia "il bene 
comune" che la polivalenza individuale. Una 
così significativa riduzione dell'orario ha certo 


bisogno di un contesto almeno europeo, ma la 
battaglia nel merito può e deve partire già in 
ambiti nazionali. 

2) Una riduzione di orario simile amplierebbe 
già di parecchio l'occupazione. Ma è 
fondamentale che si imposti e si vinca anche la 
vertenza politica e culturale sulla creazione di 
nuovi lavori socialmente necessari alla 
collettività e per la piena realizzazione dei 
diritti sociali. Essi non vanno intesi come 
lavori fittizi, del tipo "scava buche e riempile". 
Non vanno neanche contapposti astrattamente 
ai lavori produttori di profitto, come se questi 
ultimi fossero sempre socialmente inutili. Si 
tratta, più in generale, di ridefinire il lavoro 
come valore d'uso della società e non come 
elemento di valorizzazione per il capitale. Nel 
contesto della creazione di milioni di posti di 
lavoro che conseguirebbe a tale impostazione, 
l'altra grande vertenza politico-economica da 
affermqare riguarda la piena applicazione della 
regola, già iscritta nella nostra Costituzione, 
che impone allo Stato di offrire ad ognuno i 
mezzi per un'esistenza civile. Tale impegno, 
finora rimasto sulla carta, deve tradursi in 
leggi che garantiscano una retribuzione 
sufficiente (e non un "salario minimo" di 
alcune centinaia di migliaia di lire per tenere 
buoni settori da emarginare in un ghetto 
assistenzialistico, mal tollrerato dagli stessi 
lavoratori) in cambio di una attività necessaria, 
lasciando al singolo il diritto-dovere di scelta 
all'interno di una gamma di lavori compatibili: 
con la garanzia, però, che se lo Stato, 
colpevolmente, non si attrezza per creare 
lavoro o per redistribuirlo diminuendo gli orari 
medi, il reddito va dato ugualmente come 
diritto di individui sociali all'interno di una 
comunità. 

Solo intrecciando riduzione d'orario 
significativa, creazione di nuovi lavori 
socialmente necessari e lavoro garantito, la 
piattaforma alternativa potrà davvero mirare 
all'unificazione dell'intero fronte del lavoro 
salariato. 

3) Un terzo grande blocco di temi riguarda la 
difesa e la riqualificazione delle strutture 
pubbliche dei servizi sociali, o meglio la 
riappropriazione dal basso di esse, da parte dei 
cittadini autorganizzati in organismi di base, 
diretta. 

Si tratta di contrastare e invertire la tendenza 
alla privatizzazione, che non rappresenta la 




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fuoriuscita dello Stato dall'economia nazionale 
ma una forte sottrazione di salario sociale al 
lavoro dipendente dirottato verso il capitale. 

Il taglio dei servizi sociali non va affatto 
considerato una tendenza ineluttabile alla 
quale sarebbe inutile opporsi. Il vero antidoto 
allo statalismo corrotto e scialaquatore non è il 
privato, bensì una integrale democratizzazione 
e un ferreo controllo da parte dei lavoratori e 
deglòi utenti su tutte le strutture che 
forniisciono servizi sociali e impiegano danaro 
collettivo. Dunque, non di smantellare il 
"pubblico" si tratta, nè di assistere disincantati 
alla sua drastica riduzione, ma di recuperare 
pensioni decorose, una scuola, una sanità e dei 
trasporti riqualificati, efficienti, democratizzati 
e davvero rivolti ai bisogni collettivi, 
aumentando la spesa pubblica in quei settori e 
impiegandola per le reali esigenze sociali e non 
per arricchire ulteriormente mafie politiche ed 
economiche. 

A tal proposito gli organismi 
dell’autorganizzazione, dell’autogestione e del 
sindacalismo di base indipendente dovrebbero 
impegnarsi per presentare al più presto 
piattaforme in difesa e per un significativo 
miglioramento ditali strutture pubbliche: 
rimandiamo, in particolare, alla piattaforma dei 
Cobas Scuola come programma di settore più 
incisivo ed articolato, per il momento, nel 
campo dei servizi sociali. 

4) Già se riflettiamo sul come impedire che sì 
dilapidi la spesa pubblica, ci misuriamo con i 
problemi della gestione collettiva e quotidiana 
da parte dei lavoratori e degli utenti, 
emarginando il professionismo politico e 

sindacale ed esercitando nuove forme di 
democrazia di base. Mentre le destre vogliono 
riscrivere la Costituzione italiana in senso 
nettamente autoritario ed oligarchico, noi 
divremmo porci con urgenza la questione 
dell'immissione di sostanziose dosi di 

democrazia diretta nella società e nella 

Costituzione. Non si tratta solo di un'esigenza 
morale: è soprattutto un'esigenza economica e 
sociale. Se si rifiuta di far ruotare 
l'organizzazione di una società intorno al 

profitto e alla mercificazione degli uomini, se 
si teme giustamente che la concentazione di 
poteri in uno Stato gestito da caste 
burocratiche ricrei le stesse catastrofi prodotte 
dal profitto privato, allora una vasta rete di 
democrazia integrale, che permei i luoghi di 


lavoro e di studio e il territorio, è l'unica via 
percorribile per decidere cosa e come produrre 
e come distribuire i frutti della produzione 
stessa. 

Bisogna riuscire a dimostrare che le strutture 
della democrazia diretta non sono solo più 
giuste ma anche funzionantied efficaci, che 
evitano sprechi e ruberie e fanno marciare le 
cose di ogni giorno. 

5) Se i luoghi di lavoro restano sedi di conflitti 
fondamentali, non meno importante come 
ambiente di formazione di profitto, 
sfruttamento e alienazione, è il territorio 
urbano. Contro il monopolio "latifondista" e 
l'uso privato del territorio urbano da parte del 
capitale, i la voratori autorganizzati insieme 
alle strutture di quartiere e ai Centri Sociali, 
sono in grado di farsi carico dell'opposizione 
ai saccheggi delle città e alla 
riconqiusta/rigenerazione del terrritorio. 
Andrebbe avviata, amplificando quanto già 
messo in cantiere dai centri sociali e strutture 
dell'associazionismo, una grande vertenza 
nazionale, per la difesa e l'affermazione dei 
bisogni collettivi, per un uso sociale della città 
e una diversa qualità della vita nei territori, per 
la riappropriazione dei diritti negati: casa per 
tutti, in primo luogo, a prezzi sostenibili dai 
salariati; recupero delpatrimonio immobiliare 
per attività sociali, limitazione del traffico 
privato e sviluppo dei trasporti collettivi; 
risanamento ambientale; ampio spazio per le 
autoproduzioni culturali e per il 
riconoscimento dei lavori socialmente utili 
autogestiti ecc... Ma il territorio può e deve 
diventare sede di ricomposizine del lavoro 
dipendente precario e saltuario, dei 
disoccupati e dei giovani in cerca di lavoro. 
Obiettivo-chiave può essere la costituzione di 
strutture di organizzazione e difesa soprattutto 
di quel, lavoro metropolitano diffuso, senza 
sedi stabili di identificazione, al quale offrire 
efficaci strumenti politici, vertenziali, legali. 

6) Non ci dilunghiamo infine, essendoci 
all'interno del movimento anticapitalista largo 
consenso ed omogeneità nel merito, sui tratti 
antimilitaristi, antirazzisti, antisessisti e di 
difesa/miglioramento dell'ambiente, che una 
piattaforma comune deve avere. Ci limitiamo a 
ricordare che ci si deve far carico di togliere 
strumenti, argomenti e forza : 

a) alla rinnovata espansione del militarismo 
d'assalto italiano ed internazionale, 




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I£ 


b) alla divisione/conflitto tra lavoratori 
"indigeni" ed immigrati e ad ogni forma di 
discriminazione economica e sociale nei 
confronti di questi ultimi (come pure ad ogni 
forma di discrimonazione all'interno di ogni 
paese tra Nord e Sud, giovani e vecchi, tipo 
salario d'ingresso o neo-gabbie salariali; valga 
per tutti lo slogan "ad eguale lavoro eguale 
salario"); 

c) ale perduranti impari condizioni di vita e di 
lavoro tra uomini e donne e allo stato di 
permanente difficoltà nel riconoscimento dei 
pieni diritti sociali ed economici di queste 
ultime; 

d) ai soprusi di quanti si avvalgono degli "stili 
maggioritari", in tema di religione, sessualità, 
stili di vita, verso coloro che sono considerati 
"diversi" in quanto "minoritari"; e) allo 
sfruttamento/distruzione della natura e delle 
varie forme di vita animale e vegetale del 
pianeta. 


UNA GRANDE E DUTTILE ALLEANZA 
DELLA SINISTRA ANTICAPITALISTA. 

Lo sforzo a cui ci si vuole accingere è quello 
di dar voce e fisionomia convergente 
all'insieme, articolatissimo, in cui si esprime 
quella che chiamiamo sinistra di base, sociale, 
di classe, autorganizzata, antagonista ecc..( e 
già la lista degli aggettivi la dice lunga sulla 
sua poliedricità) cercando di far maturare la 
più ampia e duttile alleanza possibile, la cui 
necessità sembra essere largamente condivisa: 
dalle manifestazioni di piazza alle assemblee 
giungono continui segnali in questa direzione. 

Il percorso non è certo facile e deve scontare 
diffidenze, differenze di storie e percorsi, di 
collocaione e metodi. Abbiamo presente 
l'obiezione secondoO la quale questa sinistra 
parla mille lingue diverse, ma riteniamo che si 
tratti di mille dialetti non troppo dissimili e 
che, anzi, ad un osservatore esterno appaiono 
spesso pressoché uguali. In ogni caso è certo 
che se riusciremo a non farci paralizzare dalle 
divergenze "dialettali" sarà ben più difficile 
poter comunicare con le decine di milioni di 
interlocutori che attendono un programma di 
fase credibile, espresso in un linguaggio 
unitario e incisivo e portato avanti da un arco 
di forze all'altezza degli eventi. 


L'alleanza a cui pensiamo deve saper offrire un 
programma, dalla parte dei salariati e dei 
settori più disagiati della società, di uscita 
dalla crisi, deve essere capace di presentarsi 
non come insieme di forze resistenziali e di 
pura protesta, ma come portatrice di un 
progetto politico-sociale-vertenziale-culturale 
adeguato alla gravità degli eventi, deve, senza 
scadere nella megalomania , ragionare "in 
grande" e superare la micromania del "solo 
piccolo è bello". 

Ognuno deve entrare in questo percorso con 
la propria storia, la propria autonomia e i 
propri distinguo: tutto ciò deve essere 

ricchezza cumulabile e non elemento di paralisi 
o contrapposizione, perchè lo spirito è quello 
di dar vita ad un processo che tende a 
modificare, strada facendo, mediante 
esperienze e lotte unitarie, le singole istanze di 
partenza. 

C'è dunque il bisogno diffuso di andare a una 
verifica collettiva, ad una prima chiamata 
generale di questo impegnativo percorso, una 
prima sessione di una Convenzione Nazionale 
deiole forze anticapitaliste, da preparare con 
incontri diretti, sulla base di questa traccia di 
discussione, con tutte le forze interessate e 
protagoniste dello scontro di classe: lavoratori 
autorganizzati e del sindacalismo di base ed 
indipendente, centri sociali, studenti, gruppi e 
partiti, radio libere, riviste e collettivi culturali, 
comitati di disoccupati e di lotta per la casa, 
strutture femministe, comitati internazionalisti 
e del volontariato, organismi degli immigrati e 
deU'associazionismo diffuso ecc... 

Da questi incontri emergerà, innanzitutto se le 
esigenze succitate sono davvero comuni e se 
va mantenuto o meno, l'impegno al confronto 
generale in una prima Assemblea Nazionale, 
che convocata con un documento che sia 
frutto degli incontri e della volontà comune di 
dar vita all'impresa. Ci sembra un tragitto 
trasparente, anche se piuttosto laborioso, che 
ci auguriamo allontani preoccupazioni e 
diffidenze eccessive. 

Infine come possibile data della Convenzione 
proponiamo il 25-26 Giugno. 

IL COMITATO PROMOTORE DELLE 
RIUNIONI PREPARATORIE 

Per comunicazioni rivolgersi a : 



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COORDINAMENTO NAZIONALE 

COBAS- TEL 06/7020444 
RADIO CITTA 1 APERTA - TEL06/43935 12 
FAX 06/43589503 

RADIO ONDA ROSSA - tei 06/491750 fax 
06/4463616 (LUN.- MERC.- YEN.) 


INTERVENTO DEL COORDINA- 
MENTO NAZIONALE PRECARI E 
DISOCCUPATI DELLA SCUOLA 
IN PIAZZA NAVONA 


Parlo a nome del Coordinamento Nazionale 
Precari e Disoccupati della Scuola, organismo 
autogestito dei lavoratori precari, 
aut organizzati perche' non "tutelati" dalle 
forze sindacali tradizionali. 

Siamo i dannati della scuola. 

Decine di migliaia di noi sono sono stati 
licenziati definitivamente dopo anni ed anni di 
servizio, per effetto del decreto tagliaclassi 
dell' agosto scorso. 

Quelli che quest' anno sono rimasti nella 
scuola lo sono in condizioni da "caporalato" 
(niente diritti, stipendio estivo, malattia, ecc...) 
e comunque sono destinati alla progressiva 
espulsione, visti i recenti provvedimenti che 
nei prossimi due anni porteranno una 
diminuzione di 24.000 posti di insegnamento, 
piu' altri di non insegnamento. 

Uno dei primi settori che il Governo delle 
Destre colpirà' (con Sanità' e Previdenza) sara' 
proprio la scuola. 

Verrà' proseguita la politica dei tagli al 
servizio scolastico, intrapresa dai Governi 
Amato e Ciampi, con 1' aggravante di arrivare 
a un finanziamento statale della scuola privata. 
Si vuole inserire pienamente la logica di 
mercato anche nell' istruzione. 

Siamo contro ogni forma di finanziamento 
pubblica alla scuola privata. 

Ma siamo anche contro qualsiasi forma di 
"privatizzazione" della scuola pubblica. 

L' art. 4 della finanziaria, sostenuto anche da 
alcune forze dell' opposizione, prevede la 
cosiddetta "autonomia scolastica", che ha 
poco a che vedere con 1' autonomia e 1' 
autogoverno delle scuole da parte dei soggetti 
interessati (docenti, studenti, genitori, 
lavoratori), ma in realta' prevede 1' 

aziendalizzazione degli istituti. 

Con 1' art. 4 e' stata firmata dal vecchio 
parlamento una delega in bianco al nuovo 
governo delle Destre: ci saranno Presidi 
managers - che potranno aumentare in modo 
differenziato da scuola a scuola le tasse 
scolastiche - che potranno assumersi parte dei 
docenti - che potranno trovare sponsor privati 




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a fronte di una riduzione progressiva - già' in 
atto - dei finanziamenti pubblici. 

Ci saranno scuole "strategiche" per il mercato 
del lavoro finanziate dagli sponsor piu' vari ed 
accessibili a certi ceti sociali - ed altre 
abbandonate alla sopravvivenza e destinate ai 
settori emarginati e da emarginare. 

NOI VOGLIAMO UNA SCUOLA DI 
TUTTI, LAICA, PLURALISTA, 
MULTIRAZZIALE, GRATUITA, APERTA 
ALL' HANDICAP E AL DISAGIO, DOVE 
SI CONFRONTINO LE CULTURE E SI 
COSTRUISCA UN SAPERE CRITICO E 
COLLETTIVO. 

Non vogliamo una scuola che addestri una 
futura forza/lavoro disponibile a flessibilità', 
mobilita', sfruttamento; una scuola che 
mantenga e acuisca le gerarchie e le esclusioni 
sociali. 

VOGLIAMO DIFENDERE LA SCUOLA 
PUBBLICA, MA NON QUESTA SCUOLA 
PUBBLICA - CHE NON E' SCUOLA DI 
TUTTI. - 

Possiamo difendere questa scuola pubblica 
dove 100.000 ragazzini all' anno non 
concludono 1' obbligo ? Dove solo il 42% dei 
ragazzi arriva al diploma di scuola media 
superiore 9 

Dove si attende da 40 anni una riforma ? 

Dove un insegnante precario, dopo 10 o 12 
anni di servizio e piu' concorsi superati viene 
eliminato definitivamente da un "decreto 
tagliaclassi" qualsiasi ?? 9 
Non possiamo contrapporre all' esaltazione del 
mercato e ai fasti della privatizzazione, la 
difesa della miseria dell' esistente. 

Dobbiamo sviluppare - A PARTIRE DAL 
BASSO -, dalle scuole e dai territori, una 
nuova progettualità' per la scuola e la 
formazione: 

Imporre l' innalzamento dell' obbligo ai 1 8 anni 
in una scuola vivibile per i giovani - non in 
classi di 30 alunni - con strutture, laboratori, 
attrezzature aperte al sociale; dove 
autoritarismi, selezione ed esclusione non 
abbiano posto. 

la scuola, la cultura, la formazione non sono 
cose che interessano solo le classi in età' 
scolare, ma tutti. 

E allora, 1' educazione permanente, la scuola 
per gli extracomunitari, 1' educazione per gli 


adulti sono una leva per costruire una società' 
di eguali, pur nella diversità', garantendo il 
diritto allo studio e al lavoro a tutti. 

E' su questa nuova progettualità' - per 
costruire dal basso una vera scuola di tutti - 
che va risolto anche il problema del precariato, 
il quale - tra 1' altro - non riguarda solo la 
scuola statale - anzi cogliamo 1' occasione per 
esprimere la nostra solidarietà' ai lavoratori e 
lavoratrici precari in lotta degli asili nido e 
scuole materne comunali di Roma, che domani 
scioperano in blocco. 

Il problema del precariato, dell' intermittenza 
tra lavoro e non lavoro e quindi il ricatto del 
reddito per vivere non interessa solo la scuola, 
ma tutta la società': la flessibilità', il precariato 
e la miseria sono il futuro del lavoro 
subordinato. 

Si sta vivendo una fase in cui la 

disoccupazione di massa e' il prodotto di 
pesanti processi ristrutturativi. 

Non e' il frutto solo di una fase congiunturale, 
ma dell' introduzione di tecnologie che 
risparmiano lavoro e aumentano i profitti. 
Allora 1' opposizione sociale non può' che 
trovare un momento unificante nella parola d' 
ordine "lavorare tutti per lavorare sempre 
meno" e dentro al principio "riduci I 1 orario 
cambia la vita", anche la cultura, la 

formazione, la scuola possono trovare un loro 
spazio adeguato, non solo per i giovani in età 1 
scolare, ma per tutti. 

Mai come oggi il "fare scuola" e' un lavoro 
socialmente utile. 

Nella scuola di tutti e per tutti non ci sono 
insegnanti e personale in esubero, precari da 
sbattere sulla strada senza cassa integrazione o 
liste di mobilita' di sorta. 

Questa grande manifestazione segna una tappa 
importante per costruire la scuola di tutti. 

E' un chiaro avvertimento al Governo di 
Berlusconi. 

Ma nei posti di lavoro dobbiamo anche 
ricostruire, dal basso e con il massimo di 
unita', un rapporto di forza favorevole per i 
lavoratori e gli studenti. 

Oggi nella scuola - per i lavoratori - 1’ arma 
dello sciopero e' quasi spuntata - grazie alla 
famigerata legge 146/90 sulla 
regolamentazione del diritto di sciopero -, 
voluta tra 1' altro da chi oggi se la troverà' 




Europea n Counter Network 


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ritorta contro, visto che sara' gestita dal 
Governo delle Destre. 

E allora dobbiamo trovare altre forme ... con 
gli studenti, protagonisti quest' anno di un 
formidabile ciclo di lotte fatto di occupazioni 
ed autogestioni contro la "privatizzazione" ... 
con i genitori . . . i lavoratori di altri settori. 
UNA LOTTA DI TUTTI PER DIFENDERE 
E CONQUISTARE LA SCUOLA DI TUTTI. 

Roma, 29 maggio 1994 


PATRIZIA, ALDA, MARGHERITA 
LIBERE! *BASTA CON IL 
POTERE VELENOSO! * 

Alda, Patrizia e Margherita, tre sorelle dei 
centri sociali torinesi, sono state arrestate ieri 
(venerdì 1 27 maggio) in un supermercato del 
biscione. 

Sono state fermate dalla sorveglianza del 
supermercato Standa di piazza Carducci di 
Torino, mentre iniettavano colorante nei 
vasetti dello yogurt, sono state portate in 
questura e trattenute in stato di arresto, ancora 
non si sa l'entità' delle accuse e quando 
verranno rilasciate. 

L'occasione per i giornalisti e i segugi della 
polizia e' ottima. Giornali e telegiornali si sono 
impossessati della notizia dilungandosi sulla 
vicenda nelle pagine nazionali. 

E' stata immediatamente trovata una "pista 
anarchica" che lega l'azione (e l'eventuale 
co ! pevo!ezza) di Aida, Patrizia e Ita con due 
attentati compiuti nei giorni scorsi che 
avevano fatto esplodere le vetrine dei 
supermenrcati standa di Ivrea ed Aosta. 


La pratica non e’ nuova. Si amplifica 
l'accaduto (ne ha parlato persino il tg2, 
citando nomi, età' e professione) cercando di 
mostrare i centri sociali e gli occupanti come 
sabotatori e fomentatori di attentati ad ogni 
costo. Tutto serve per strumentalizzare un 
gesto individuale, nel tentativo di estendere la 
repressione. 

E d'altronde da sempre sbirri e pennivendoli 
difendono le grandi imprese commerciali. Le 
stesse che ci vendono e ci impongono 
quotidianamente tra un mare di sorrisi patinati 
ogni sorta di cibo industriale e sintetico, 
sofisticato e nocivo alla nostra salute... 

I propiretari dei grandi magazzini speculano e 
guadagnano piu' che ottimamente sui nostri 
fegati e per giunta fanno sbattere in galera tre 
ragazze per un po' di colore... 

A PATRIZIA MARGHERITA ED ALDA 
TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETÀ' 
BASTA CON IL POTERE VELENOSO 
notizie e informazioni * ragionevoli* le potete 
trovare e/o richiedere a 

RADIO BLACKOUT 105.250 Via 
Sant' Anseimo 13 - Torino 
Tel 01 1-650.34.22 Fax 01 1-657.900 o su Ecn 
Torino 01 1-650.75.40 




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European Counter N stivarle 


CONTROCONVEGNO 
ALL’UNIVERSITÀ’ DI PADOVA 

t Cari compagni vicini e lontani, 

il nostro gentil Rettore ha avuto la brillante 
idea di convocare ufficialmente a Padova una 
p nuova, grande Conferenza Nazionale 
dell'Università'. L'ultima si tenne a Brescia nel 
1992, a dicembre, e ffi una tappa fondamentale 
di verifica e correzione della Ruberti. 

Il 17 e 18 giugno (venerdì e sabato) si 
riconvocano rettori, Berlusconi, Podestà' e 
delegati degli Atenei, e visto il nuovo governo, 
il dpcm Ciampi, la prossima approvazione di 
molti statuti, avranno molto da dirsi. 

Ci pare importante dare un segno di lotta, ma 
non solo. 

Vorremmo costruire un appuntamento di 
riflessione, scambio di analisi ed opinioni tra le 
centinaia di percorsi e realta' che si sono mossi 
in questi anni. 

Vi inviamo un documento che pensiamo possa 
essere stimolo per un CONTROCONVEGNO 
contemporaneo alla Conferenza. 

Un appuntamento che possa offrire maggior 
chiarezza su quanto sta avvenendo, e 
consapevolezza sulle differenti ipotesi, 
proposte di lavoro e di lotta; quindi un 
momento di confronto, di articolazione dei 
differenti ragionamenti sull'università'. 

Il controconvegno si terra' nell'università' di 
Padova (non sappiamo ancora in quai aule 
precisamente) a partire da venerdì' mattina (h 
9.30). I lavori sui vari temi proseguirebbero 
fino a sabato nel primo pomeriggio. Si 
avrebbe poi intenzione di organizzare un 
corteo-sit in per sabato pomeriggio. 

Siamo in grado di garantire posti letto (case 
compagni, case studenti, portare comunque 
sacchiapelo e materassini) a partire da 
giovedì' sera; pasti presso le mense 
universitarie da venerdì' a pranzo. 

PER UNA MIGLIORE ORGANIZZAZIONE 
DEL CONTROCONVEGNO ABBIAMO 
BISOGNO DI SAPERE QUALI REALTA' E 
QUANTE PERSONE INTENDONO 
PARTECIPARE. CONTATTATECI AL PIU' 
PRESTO POSSIBILE, 


(anche per farci sapere che avete ricevuto 
questo fax) 

FAX 049-61 1240 sempre (in linea di massima) 
TEL 049-8284198, da lunedi' al venerdì', h 
16.30/19 con persone, negli altri orari con 
segreteria telefonica. 

Abbiamo raccolto un certo numero di 
documenti e interventi sulla questione 
universitaria che possono diventare materiale 
preparatorio al controconvegno. Se li volete, 
contattateci, li spediremo per posta a vostro 
carico (non abbiamo molti soldi). 


Controconvegno: 

Padova, 17/18 giugno 1994 

SIAMO NOI UNIVERSITÀ’ 

Il 17 e 18 giugno prossimo saranno tutti a 
Padova: rettori, piccoli e grandi baroni, esperti 
e dirigenti della confindustria, ministri e 
telepresidente del consiglio. Per due giorni 
discuteranno il futuro dell'università', 
metteranno a punto le politiche di 
programmazione e gestione dei nuovi Atenei 
italiani. 

Una grande Conferenza Nazionale di parassiti 
e di potenti. 

PER CAPIRE LA NOSTRA STORIA 

Nel 1989 viene approvata la legge 168, si 

^ 1 U * *4 - *— » wa a n 4 r» L «a a * I » » a r a 

i3inutDCL ìauiuiiuiuia ^ n nuuvu 

Ministero dell'Università 1 e della Ricerca 
Sciuentifìca e Tecnologica. 

E' il punto di svolta di una trasformazione 
storica, strutturale, del senso e della funzione 
del sistema universitario nella società' italiana. 

"Il progetto del Ministro Ruberti, oltre a 
sancirlo, acceliera il processo di asservimento 
del sapere alla logica di impresa";, "l'assenza di 
regole precise (...), il conferimento al ministro 
di grandi poteri nel decidere linee di sviluppo e 
programmazione, la carenza di garanzie per un 
costante intervento capace di fornire a tutte le 
sedi pari opportunità', sono premesse di un 
progressivo disimpegno finanziario dello Stato 
e una conseguenziale subordinazione 
deH'universita'"(Assemblea. nazionale di 
Firenzel990, parte comune e documento B), 




European Counter Network 


19 


L'autonomia tanto sbandierata era dunque una 
falsa autonomia, in realtà' si andava riducendo 
il relativo grado di liberta' che il sapere aveva 
avuto nei confronti della struttura produttiva. 
La logica di un "impresa globale", centrata sui 
risultati della rivoluzione microelettronica e 
produttiva degli anni 70, chiama a se', al suo 
comando tutta la struttura di produzione dei 
saperi, ricerca, innovazione tecnologica. E' un 
esigenza di sopravvivenza per il capitale 
italiano, perche' "le imprese avranno bisogno 
di una base tecnologica e di una ricerca 
scientifica per sostenere la concorrenza 
comunitaria ed extracomunitaria"(documento 
A, Ass. nazionale di Firenze 1990) 

Ma quel processo non si rileva cosi' lineare e 
semplice come era stato presentato. 

La legge quadro (la cosidetta Ruberti) e' 
bloccata dalle occupazioni del '90; i SAI non 
hanno ancora approvato, nella maggioranza 
dei casi, quegli Statuti che dovrebbero dare le 
indicazioni su obbiettivi e struttura di governo 
dei nuovi atenei. La legge sulla riforma della 
didattica (ordinamenti, piani di studio, etc), 
sempre dell'89, oltre ad essere indubbiamente 
già' sorpassata, e' comunque largamente 
inapliccata. 

La Grande Trasformazione si impantana, 
dentro le contraddizioni di un doppio processo 
che si vuole imporre (da una parte 
razionalizzazione del sistema, dall'altra entrata 
nel mercato delle idee e delle professioni): 

-I fondi. L'Italia si caratterizza infatti nel 
contesto europeo per il più basso livello di 
spesa pubblica nel settore dell'istruzione 
superiore. L'incidenza della spesa pubblica sul 
Pii, pari allo 0,6% annuo, risulta infatti 
decisamente inferiore a quello della media dei 
paesi europei, che si aggira intorno allo 0,8 
(una differenza, ogni anno, di circa 2.000 
miliardi). E la tanto auspicata e temuta calata 
del capitale privato non e' avvenuta. Anzi. 
L'incidenza dei finanziamenti delle imprese 
private (sul totale degli investimenti alla 
ricerca scientifica) e' calata dal 40% del 1970 
al 30% del 1990 (5.000 miliardi su 17.000 
totali). E in questi ultimi tre anni non si e' 
certo registrata una significativa inversione di 
tendenza. 


Siano questioni strutturali (qualità 1 della 
grande impresa italiana, debolezza finanziaria 
e progettuale della piccola e media), siano 
questioni contingenti (crisi economica, 
tangentopoli), l'innovazione tecnologica e' 
rallentata e con essa si e' bloccato tutto il 
mondo accademico italiano. 

- Questo processo e' stato avviato e centrato 
intorno al potere del gruppo docente. In 
particolare sui docenti di la fascia. A loro si e' 
consegnata la formazione degli Statuti (oltre il 
50% dei posti SAI), si e' aumentato lo 
stipendio (48% lordo in 4 anni), si e' garantito 
lo status contrattuale pubblico. Tutti i privilegi 
di orario, non controllo sulla qualità' del 
servizio, e sull'utilizzo reale delle strutture a 
disposizione sono rimasti inalterati. Questi 
docenti troppo spesso non possiedono nessuna 
ansia di sperimentazione di nuove forme di 
trasmissione del sapere, e dimostrano un totale 
disinteresse ad una riqualificazione e per un 
diverso rapporto con gli studenti. Demotivati 
e inamovibili, impegnati in contratti privati pi* 
reminerativi, a parte lodevoli eccezioni, 
dedicano alla didattica una parte ridicola del 
loro tempo. 

Tutto ciò 1 e' ovviamente e palesemente 
contrario a ogni tentativo di introduzione di 
una logica d'impresa nel contesto universitario 
(come giustamente fanno rilevare Claudio 
Nicolini, Felice Ippolito, Romano Lazzeroni, 
"autonomisti radicali", che nel numero de Le 
Scienze del dicembre 93 chiedono "un docente 
di ateneo, cassaintegrabile e licenziabile se non 
produce pi* scientificamente"). 

In questi 4 anni le realta' universitarie si 
differenziano dunque fortemente. Sono infatti 
diversi i tempi e le velocita' delle 
trasformazioni: tutti hanno aumentato i 

contributi, ma con proprie forme e momenti, 
alcuni atenei approvano gli statuti (Politecnico 
di Torino e Milano, Pisa, etc), per altri anche 
la semplice discussione non e’ mai cominciata. 
Ma si differenziano, a seconda del territorio e 
delle risorse umane e scientifiche, anche gli 
obiettivi che i Rettorati si pongono: in alcuni 
prevale la logica modernizzatrice (vedi la 
recente introduzione del controllo orario dei 
docenti a Torino), o il tentativo di rimanere- 
inserirsi nei circuiti internazionali della ricerca 




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Europeart Counter Netn’ork 


(vedi il Politecnico di Milano, l'istituzione dei 
parchi scientifici e tecnologici a Padova). 

In questo contesto si deve intendere l'estrema 
prolificazione e suddivisione degli atenei in 
quasi tutte "le cento citta'" (in particolare in 
Veneto, Piemonte, Lombardia, Emilia), con un 
estrema specializzazione delle singole facolta' 
su precisi e delimitati campi di ricerca- 
insegnamento. 

Bisogna pero’ considerare che per altri atenei 
questi anni non hanno certo portato differenze 
particolari rispetto a quelli passati (la 
Sapienza, Napoli, etc). 

Nel 1992 la Conferenza Nazionale 
sull'Università 1 di Brescia prova a dare un 
nuovo impulso centrale per accelerare e 
ridefinire le trasformazioni. Vengono allora 
tracciate le linee tendenziali del successivo 
decreto Fontana (oggi DPCM Ciampi) e 
dellaFinanziaria 1994. 

Questo provvedimento (art. 5) si rivela un 
nuovo fondamentale gradino della loro 
autonomia: 

- la quota di finanziamento statale non viene 
pi* vincolata da fondi di spesa specifici (solo 
ordinata in tre grandi capitoli) 

- ogni ateneo ha la possibilità' di determinare 
liberamente, oltre che l'ammontare 
complessivo delle tasse, anche i criteri della 
suddivisione per fasce di reddito. Inoltre e' in 
grado di controllare, fatti salvi certi rapporti 
minimi, la distribuzione delle tasse fra ateneo, 
ministero, enti per il diritto allo studio. 

viene ridotto progressivamente il 
finanziamento garantito (quota base), con una 
redistribuzione dei fondi cosi' risparmiati verso 
gli atenei più meritevoli. E' il colpirne cento, 
per salvarne pochi; quali 9 

La realta' che ci si presenta ci sembra quindi 
questa: ancora estremamente contradditoria e 
conflittuale. Una dialettica tra 
arretratezza/conservazione ed esigenze dello 
sviluppo capitalistico attraversa il corpo 
accademico, con un intreccio tra vecchi 
privilegi e nuovi poteri non ancora pienamente 
determinato. 

E' forse qui che e' aperta una breccia 
attraverso cui si può' far leva per trovare 
parola, dare un nostro indirizzo all'università' e 
alla nuova società' che stanno edificando. 


"WALK1NG ON THE WILD SIDE..." 

Partiamo da zero, ma partiamo da mille. 

Il nostro riferimento immediato, senza alcuna 
continuistica nostalgia, sono le mille talpe 
della pantera. In questi anni molte esperienze, 
percorsi singolari e collettivi di ricerca e di 
lotta sono fioriti nelle facolta' italiane: battaglie 
contro gli aumenti delle tasse e il costo dei 
servizi, contro il numero chiuso, vertenze per 
il diritto allo studio, per tenere aperti spazi 
politici di discussione o intervento, battaglie 
sugli Statuti e i nuovi ordinamenti, ricorsi al 
Tar, una diffusione molecolare di seminari e 
gruppi di studio autogestiti, la messa in 
discussione del loro sapere... 

Ci sono mille esperienze, percorsi, approcci 
differenti che hanno proliferato nelle 
università': sono da mettere in rete, da far 
comunicare ed interagire perche' abbiamo un 
nuovo inizio da scrivere, un altra università' da 
fondare... partiamo da zero perche', dopo le 
profonde trasformazioni produttive degli 
ultimi 20 anni, niente e' più come prima, ed 
anche i contenuti e le forme della critica non 
possono riproporsi sempre uguali a se stesse. 
Si tratta insomma, riattraversando tutte le 
pratiche ed i terreni di lotta che oggi vivono, 
di rimettere in moto i nostri cervelli, di osare, 
di forzare l'orizzonte. 

Il controconvegno non può' limitarsi ad essere 
la fotografia dell'esistente, la pur necessaria 
mappatura delle diverse esperienze: mettere in 
comunicazione le differenze significa per noi 
confrontare e verificare ipotesi nuove e forti. 

Senza presunzione, ne primogeniture, ma con 
una gran voglia di contaminarci 
reciprocamente. 

UNIVERSITÀ' E PRODUZIONE 
SOCIALE 

Dopo la ristrutturazione della grande impresa, 
dopo l'introduzione dell'automazione e 
dell'informatizzazione, l'accumulazione e la 
circolazione del sapere e' oggi una delle 
principali forze produttive che innerva le reti 
della cooperazione sociale. Un flusso 
comunicativo che il capitale comanda e "mette 
a valore". Nel nuovo modo di produrre l'intero 
settore della formazione assume cosi' un ruolo 
centrale: offerta di forza lavoro tecnico- 




Europea n Counter Netìvork 


21 


scientifica, produzione di soggettività' e 
comportamenti normati, ed anche produzione 
di innovazione tecnologica e informazioni da 
inserire direttamente nel mercato. 

Se questa generalissima griglia di lettura e' 
valida, vogliamo allora interrogarci sul ruolo 
dell'università': non solo sul rapporto tra 
università' ed imprese, ma sul fatto che oggi 
UNIVERSITÀ' E' ANCHE IMPRESA. 

Non ci riferiamo solo all'evidente gestione, 
ormai di fatto privatista ed aziendalista, delle 
risorse finanziarie, culturali, di ricerca. 
Vogliamo cercare di capire se e' possibile 
leggere i cambiamenti "dall'alto" presenti e 
futuri in rapporto al ruolo inedito che 
l'università' assume. Un reparto, un nodo 
tutt'altro che marginale di una società' che va 
sempre più configurandosi come "società' 
fabbrica", dove le regole della valorizzazione 
capitalista, dello sfruttamento, sono poste 
come norma universale ed eterna non solo 
della produzione di beni materiali, ma anche 
della produzione di senso, di saperi, di 
soggettività'. Una norma imposta ad ogni 
attività' e momento della nostra esistenza. 

In questa possibile lettura l'università' si vede 
attraversata da una scissione strutturale. Si 
autonomizzano e valorizzano i luoghi 
dell'innovazione tecnologica, le realta' 
direttamente produttive (laboratori, alcuni 
dipartimenti, alcuni CdL nel loro complesso, i 
parchi scientifici e tecologici), che diventano 
sempre più i luoghi del comando e dal potere 
nell'universo accademico, accentratori di 
risorse e distributori di ricchezza. Si 
ridefiniscono a parte i corsi, tutti i primi anni (i 
bienni) di formazione pura, la didattica 
comunemente intesa, finalizzata alla 
formazione di figure tecnico-professionali 
precise, o ad essere semplice bacino di 
parcheggio. 

E' anche questa scissione, questo frantumarsi 
delle realta' universitarie, che non permette il 
formarsi di saperi e di soggettività' autonome, 
deprime il confronto politico e culturale, 
impedisce lo sviluppo di una visione, di un 
senso complessivo del proprio fare, del 
proprio essere. 

Privatizzazione 9 "Ma mi faccia il 
piacere!!". (A. De Curti s). Si e' fatta una gran 


confusione negli ultimi anni tra il concetto di 
"dismissione", ovvero di collocazione sul 
mercato, di vendita al capitale privato di 
proprietà' statali e la reale natura di molti 
processi di "privatizzazione" dei servizi e di 
prestazioni del welfarestate. Una confusione 
fra privatizzazione reale e "privatizzazione 
funzionale". Oggi diventa sempre più chiaro 
come nessuno abbia intenzione di comprarsi 
l'università', e nemmeno di gestirla 
direttamente (l'entrata dei privati nei CdA). Si 
tratta piuttosto di rendere il più possibile 
pubblici i costi di un settore strategico quale la 
formazione, ad esclusivo beneficio dei processi 
di valorizzazione del capitale. Il tutto pero' 
all'interno di una struttura sociale, attraverso 
l'assunzione di funzioni definite da parte del 
"compartimento" università', non tramite un 
controllo diretto e gerarchico. I primi "privati" 
dell'università' sono i rettori e le loro 
burocrazie,! CdF che impongono gli obiettivi 
di mercato (formativi o di ricerca) in nome 
della loro sopravvivenza e del loro potere. 

UNIVERSITÀ’ E LAVORO 

Se siamo inseriti nella dimensione produttiva 
sociale, ci pare difficile non riconoscere a 
studenti il ruolo di lavoratori immateriali, veri 
e propri produttori di saperi (tesi, tesine, 
ricerche, consulenza e aiuto nei laboratori). 
Lavoratori che si inseriscono in un contesto di 
mercato e di realta' esternamente ampio e 
sfaccettato. Alcune considerazioni: 

- l'aumento dei costi di frequenza (tasse, libri, 
mense, casa, trasporti) non comporta 
automaticamente un'espulsione in massa dello 
studente proletario. Un percorso formativo 
superiore minimo si rivela centrale nel 
prossimo futuro (basti pensare all'elevamento 
della scuola dell'obbligo), per non parlare della 
necessita' di aree parcheggio di controllo 
sociale. Dall'altra parte riuscire a concludere il 
ciclo di istruzione significa oggi -con 30 
milioni di disoccupati europei- tentare per gli 
studenti un percorso di autovalorizzazione e di 
collocazione non marginale nelle nuove 
gerarchie sociali. Quanto questa spinta sia 
oggi determinante lo abbiamo misurato in 
questi anni, constatando l'attenzione totale e 
pervasiva alla meta (laurea) della maggior 
parte degli studenti. Piuttosto che l'abbandono 
si "sceglie" l'inserimento immediato nel 
mercato del lavoro deregolato e flessibilizzato. 




22 


European Counter Netn’ork 


- A questo proposito pensiamo che una delle 
principali funzioni della nuova università' non 
sia, appunto, quella "espulsiva", quanto quella 
selezionatrice e stratificante il nuovo mercato 
del lavoro. Una delle caratteristiche centrali 
dei nuovi equilibri e' proprio l'estrema 
segmentazione dei lavori (rigidi/flessibili; 
garantiti/non garantiti; centrali/periferici; 
autonomi/dipendenti). L'inserimento in una 
fascia si configura su meccanismi sempre più 
formali, autoevidenti (cittadinanza, colore 
della pelle, età', sesso, qualità' del titolo di 
studio). Ecco che tutto l'universo formativo si 
ristruttura su percorsi fra loro non 
comunicanti e con sbocchi precisi (minilauree, 
tesi da 6 punti o da 2, differenza formale oltre 
che reale tra le lauree/diplomi ottenuti e quindi 
atenei di provenienza). Per questo prevediamo 
prossimo il tentativo di cancellare il "valore 
legale del titolo di studio", che renderebbe 
unico il mercato come criterio valutativo dei 
diplomi-lauree, oltre che permettere la piena 
autonomia/flessibilita' degli ordinamenti 

didattici dei singoli atenei (che oggi si devono 
adeguare alla Tabelle CUN). 

- in maniera diversa a seconda delle facolta' e 
dei dipartimenti, molti studenti vengono 
inseriti anche formalmente nel circuito 

lavorativo dell'università' (collaboratori, 150 
ore). Necessaria e doverosa dovrebbe essere 
un' inchiesta, l'apertura di una riflessione 
approfondita su questa realta' e le sue 
conseguenze. 

In questo quadro, certamente parziale, ci 
sembrerebbe necessario aprire una riflessione 
sui rapporti, le sovrapposizioni, le 
interconnesioni tra mondo del lavoro, 

formazione, rea universitaria. E' un ventaglio 
di questioni e di orizzonti di ricerca mai 
affrontato, su cui tutti dovremmo aprire un 
ragionamento, un' elaborazione, un piano 
rivendicativo: contratti e inserimento 

professionale, reddito agli studenti e salario di 
cittadinanza, riduzione dell'orario e mercato 
del lavoro. 

UNIVERSITÀ’ E STATO SOCLALE 

"L'università' di massa" e' stato un elemento 
particolare di quel patto sociale, raggiunto e 
conquistato progressivamente negl'anni 60, 

che e' il welfarestate italiano. Se negli anni 80 
il regime democristiano e socialista, 


imperniato anche sullo sfruttamento e la 
pervasivita' di quel sistema, non aveva avuto il 
coraggio e la volontà' di modificare gli assetti 
universitari, la Ruberti si può' considerare una 
delle prime leggi di abbattimento del welfare. 
Un annuncio delle trasformazione di quegli 
equilibri politici e sociali che hanno portato ai 
governi Amato e Ciampi (estensori degli 
accordi sindacali di luglio 92 e 93, leggi su 
pensioni e sanità', finanziaria 94) e al 
recentissimo governo Berlusconi. 

E' questo quindi un meccanismo in moto da 
alcuni armi, a cui sembra sempre più difficile 
rispondere con la difesa tout court dello stato 
sociale. E' questa infatti una figura della 
mediazione e del compromesso sociale che si 
e' data un altra epoca dello sviluppo 
capitalista. Una mediazione che ha comunque 
offerto per la prima volta il riconoscimento di 
diritti sociali, reali e non solo formali, 
universali (scuola, sanità', pensioniate). 
Quindi, se da una parte rimane fondamentale 
contrastare la messa in discussione delle 
garanzie, delle condizioni materiali e dei 
principi universali che esistevano, dall'altra non 
possiamo dimenticare come il welfare abbia 
significato anche gerarchie e stratificazioni 
neocorporative, erogazione di servizi 
standardizzati e burocratizzati, e nel nostro 
paese in particolare, il consolidarsi di 
meccanismi clientelali di distribuzione del 
reddito, con il formarsi di un ceto politico- 
amministrativo parassitario. 

Un nuovo inizio. La sfida che ci si pone e' 
quella che -attraversando e riattraversando 
ogni momento della resistenza e della difesa 
delle condizioni materiali- riusciamo a 
costruire in avanti un nuovo concetto di spazio 
e servizio pubblico, definito sulla base degli 
uguali diritti e dei differenti bisogni sociali. E' 
su questa base che proponiamo un 
ragionamento sull'autogestione dei servizi, 
come dimensione riappropiativa, dal basso, 
che veda comunicanti e protagonisti lavoratrici 
lavoratori e cosidetta utenza... 

SAPERI E PROFESSICI ALITA' 

I saperi proposti, ricercati, analizzati dentro 
questa università' sono ovviamente attraversati 
dalle ristrutturazioni in corso, dai processi di 
scissione delle strutture accademiche che 
ricordavamo prima (da una parte la ricerca. 




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dall'altra la didattica-formazione). Gli 
obbiettivi scelti di produzione di ricerca 
(tecnologia) e di "tecnici", figure professionali 
specializzate da inserire nell'impresa 
impongono questa separazione. 

E' questo uno dei noccioli della grande 
trasformazione di questi anni: il lento e 
silenzioso modificarsi del concetto e della 
realta' dell'essere e del fare sapere, cultura. 

La ricerca e' stata consegnata fino ad oggi 
all'operato dei docenti, all'anonimo 
sfruttamento di laureandi, studenti, ricercatori. 
In parte notevole lo e' tuttora. 

Un operato non sottoposto a controlli, ma 
sopratutto non legato a nessun tipo di 
progettualità' culturale generale. 

L'organizzazione della ricerca si e' strutturata 
in mille rivoli, finanziata a pioggia secondo i 
rapporti di forza delle mille baronie. Una delle 
pi* potenti novità' introdotte dalla recente 
finanziaria e' il criterio-guida della "qualità’ 
della ricerca" per la distribuzione della quota 
di riequilibrio fra gli Atenei. Una ricerca 
guidata allora dalla contrattazione tra e con i 
poteri forti della struttura sociale, non più 
determinata semplicemente dagli equilibri 
accademici. 

L'università' definitivamente non si pone più 
come momento di istruzione pubblica. Si va 
sempre più a definire una conoscenza come 
tecnica, come professionalità', riducendo ai 
minimo i suoi caratteri critici e organici, la sua 
capacita' di dare significato alle cose e alle 
realta' che ci circondano. La nostra scienza si 
pone sempre meno in un contesto storico, non 
costruendo una relazione con la società', i suoi 
problemi, i suoi bisogni. Ci si propone sempre 
più una didattica non in termini di formazione 
ma di informazione, consegnandoci un sapere 
parcellizzato, slegato da una qualunque 
progettualità' culturale generale. 

Questa universita'-impresa che si centra su una 
ricerca finalizzata al profitto non e' compatibile 
con un approccio critico al sapere. Ci 
troviamo davanti ad una struttura priva di un 
progetto culturale, sostanzialmente acefala, 
che rincorre affannosamente 

l'iperspecializzazione delle tecniche e del 
mercato del lavoro: daH'universum al 

multiversum. E qui riscontriamo la difficolta' 
di individuare un referente nella nostra 


battaglia. Non c'e' un luogo, pubblico, un 
soggetto esplicito che esprima un 
intenzionalità' politica e culturale. Una falsa 
neutralità' che non e' altro che l'accettazione di 
questo ordine sociale. 

L'immagine di scienziati e tecnici proposta si 
legittima in base ad una concezione di scienza 
neutrale, obiettiva, imparziale. Ma scienziati, 
tecnici, professionisti si fanno pero' portatori e 
riproduttori di un modello sociale, di rapporti 
di potere, di un insieme di credenze, valori, 
principi che sono impliciti nel loro stesso 
agire. 

Questi modelli di "sviluppo" della società' non 
possono essere visti come la "One Best Way" 
(J. Taylor) derivanti da una scienza super 
partes: evidenti risultano le scelte politiche che 
li muovono e li animano. 

Tutto ciò' delinea e ribadisce il cambiamento 
complessivo avvenuto nell'università' di questi 
anni, la trasformazione del suo "statuto 
funzionale". Fino a pochi anni fa l'università' 
era luogo di formazione e scontro fra progetti 
culturali forti e complessivi, luoghi di 
riproduzione di una figura intellettuale come 
funzionario della struttura di controllo sociale. 
La modificazione dei modelli di conoscenza, 
una nuova visione del rapporto uomo-natura, 
l'abbandono della visione riduzionista nella 
scienza hanno permesso l'emergere di una 
differente concezione dell'uomo e del suo 
operare. 

I processi di parcellizzazione che abbiamo 
sottolineato fanno emergere, individuano 
persone con competenze specifiche, incapaci 
anche solo di osservare e proporsi un idea 
universale. Questo modello e' in effetti 
definitivamente tramontato. 

Bisogna partire dalla comprensione di questo 
limite, e metterlo a frutto. 

Pensare e praticare un orizzonte che sappia 
valorizzare il proprio ambito, le proprie 
specificità', intessere relazioni con altri 
linguaggi ed esperienze, ricreare un' idea, un 
progetto, una realta' di liberazione. 

Può' essere il tentativo di sfuggire alle maglie 
del mercato e della mercificazione. Un 
"intellettuale parziale", in grado di ridiscutersi, 
di mettere pubblicamente in discussione i 
pripri fondamenti e le proprie tecniche, 
preparando una progettualità' condivisa, 
ricorsiva. 



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Rimettere in discussione i "saperi", le 
discipline cosi' come oggi sono concepite: 
discussione e critica dei contenuti dei testi, 
organizzazione di momenti di verifica e 
rielaborazione dei corsi, avvio di eperienzc 
seminariali. 

Questo vuol dire riuscire a costruire- 
immaginare-progettare un nostro modo di far 
esistere l'università'. Una struttura che si 
ponga come luogo di interazione collettiva, in 
grado di produrre una ricerca socialmente 
utile, che risponda ai bisogni non monetizzabili 
espressi dal territorio. 


17 e 18 giugno. 

SIAMO NOI UNIVERSITÀ’ 

Non possiamo non esserci. 

Studentesse e studenti, personale tecnico e 
amministrativo, ricercatrici e ricercatori, 
docenti non allineati e cittadini... in questi due 
giorni deve trovare voce, diventare visibile 
l'altra faccia della luna, quella che non ci sta 
Non solo. 

Quella che ci si offre e' una splendida 
occasione per discutere, per costruire un 
elaborazione e una prospettiva in grado di far 
fare a tutti un passo in avanti. 


Padova, 25.5.1994 Assemblea Interfacoltà' 




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(+ LIBRO:COMUNITA’ VIRT. di Vari) 


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SENZA TETTO NON CI STO (C.D.) 

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ONDA ROSSA POSSE (VINILE) 

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QA-IRA (VINILE) 

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GLI INVENDIBILI (LIBRO di Dario Paccino) 

7 APRILE 79: ASS. AL LEONCAVALLO (LIBRO) 
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L. 1/2.000